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Onore ad una persona normale che è solamente grande di Marino Bartoletti

Per dire: la suoneria del mio cellulare è un brano di Francesco De Gregori (“L’abbigliamento del fuochista”: un gioiello musicale e narrativo che fa parte del miniconcept che va da “Titanic” alla commovente “I muscoli del capitano”).

Potrei chiuderla qui per dire quanto lo ammiro: per il suo talento, per la sua cultura, per la sua profondità, per la sua (troppo spesso nascosta) ironia, per il suo senso di libertà, persino per la sua stronzaggine, che mai come in questo caso è un complimento.

Francesco è un esemplare unico. Che, se possibile, con gli anni è migliorato: certamente nel carattere, ma persino nella voglia di mettere in gioco e a nudo i propri sentimenti.

Domani compie settant’anni. Non sono pochi in assoluto, ma lo sono per quel ragazzino un po’ ribelle e un po’ sognatore che si porta ancora dentro: capace di burle artistiche e di guizzi di umanità che lo rendono forse insuperabile nella sua “categoria”. Io sono convinto che ognuno di noi abbia certamente una sua canzone nel cuore: ma probabilmente anche qualcuna di più. Forse nemmeno lui sa che sul gradino più alto del podio delle Olimpiadi di Mosca, visto che non si poté suonare l’inno di Mameli, Sara Simeoni in lacrime e con la medaglia d’oro della sua vita al collo cantò “Viva l’Italia”.

Sul piano della “poesia” pura è l’artista che più si avvicina a Fabrizio De Andrè (col quale, non per nulla, ha collaborato per canzoni molto importanti come “La cattiva strada”). Ma gli assomiglia anche nel saper cantare le meschinità della vita, gli amori impossibili, la frustrazione degli ultimi. Persino gli errori.

La sua carriera poteva finire – nel dolore e nella delusione – esattamente 45 anni fa quando il 2 aprile del 1976 i ragazzi della sua parte politica, incarogniti dai tempi, dopo aver interrotto il suo concerto lo riportarono sul palco del Palalido a Milano con una pistola puntata, umiliandolo, insultandolo e facendosi beffa del suo sgomento (“Perché non ti suicidi davanti a tutti come Majakovskij?”, “Quanto hai preso per cantare stasera? Non lo sai che la musica dovrebbe essere gratis per il popolo?”, “Se sei un compagno come dici di essere lascia qui l’incasso”).

Quella notte Francesco – ferito in tutto – giurò che non avrebbe mai più cantato in pubblico. Per fortuna i fatti, il talento, l’orgoglio e l’affetto gli fecero cambiare idea. Ci saremmo persi parecchio: e se lo sarebbe perso anche lui. Con Dalla ritrovò la gioia di cantare divertendosi: il resto andò in discesa. Compreso Pino, compreso il recuperato rapporto con Antonello.

La mia pagina non è Wikipedia, ma io (a parte quelli già citati) butto là i titoli che mi vengono in mente in ordine sparso. I primi sono probabilmente quelli che, forse, mi hanno dato di più. Cogliete e aggiungete a piacimento: “Rimmel”, “Sempre e per sempre” “Il bandito e il campione” “La donna cannone”, “Generale”, “La leva calcistica…” “Ma come fanno i marinai” “Alice” “La valigia dell’attore” e persino la coraggiosa “Il cuoco di Salò”. Una volta, una volta sola, ha persino mandato una canzone a Sanremo (come autore): ora che è invecchiato non lo nega neanche più.

Qualche anno fa un regista geniale che stava completando un film sulla sicurezza stradale (“Young Europe”: rimasto inimitabile per modernità e coraggio), ebbe l’intuizione di didascalizzarne una scena drammatica proprio con “I muscoli del capitano”: cioè la metafora dell’arroganza e della superbia di chi non sa ascoltare la verità che può venire anche dai più umili, coinvolgendo tutti nella propria boria scellerata. Una straordinaria e determinata funzionaria di Polizia contattò Francesco per chiedere la disponibilità del brano. E lui, generosamente, accettò dopo essersi accertato della qualità del connubio.

Qualche anno dopo rivide quella funzionaria a un suo concerto e le chiese: “Siamo riusciti a salvare qualche vita”?
È anche da questi particolari che si giudica un cantautore.

Marino Bartoletti