Ricordo di una donna eccezionale di M. Bartoletti

Ricordo di una donna eccezionale di M. Bartoletti

Da piccolo giocavo con una santa. E non lo sapevo. È stata assassinata a Borama, nel Somaliland, il 5 ottobre di 15 anni fa

Si chiamava Annalena Tonelli, abitava nel mio stesso Borgo Ravaldino, a Forlì. Oltre a due fratelli, Bruno e Patrizio, aveva due sorelle, Viviana e Mila: mia madre era la loro sarta. Quando le tre “ragazze Tonelli” venivano da noi con mamma Teresina, le prove, le misure, le scelte delle stoffe diventavano un lungo pretesto per stare insieme anche per ore nel mio giardino.

Ci perdemmo di vista. Io andai a Milano: lei molto più lontano, fisicamente e spiritualmente. Maturò una fede inattesa, coraggiosa e fortissima che la portò missionaria laica prima in Kenia, poi in Somalia. La rividi per caso in una missione di Nairobi nel 1979: solo lì, verificai e toccai con mano (avendone avuto solo vaghe notizie), la forza del suo eroismo silenzioso, votato alla salvezza di migliaia di persone, soprattutto bambini: quando le stragi di conflitti insensati si contendevano le vite portate via dalle vecchie e dalle nuove malattie (dalla Tbc all’Aids) di quella terra meravigliosa e dannata.

Dopo molti anni lasciò il Kenia per Mogadiscio: in un teatro ancora più disperato. Anche lì, quasi nel silenzio, portò avanti la sua guerra di pace: lei, piccola, esile e mani nude, contro chi la guerra la combatteva veramente e spietatamente. Fece del bene: un bene immenso. Ignorando minacce e anche attentati alla sua vita. Non crediate che Madre Teresa abbia fatto molto più di lei.

La rividi per l’ultima volta proprio a Forlì alla fine di giugno del 2003 perché era stata chiamata in Europa per ricevere a Ginevra dall’Onu il Premio Nansen – di fatto un Nobel – per i suoi 35 anni di attività a favore dei più miserabili.

Ci abbracciammo come facevamo da bambini. Le chiesi di sua madre, mi chiese di mia madre che in quegli anni era assistita da una ragazza somala, Asyia, che venne con me per incontrarla. Le si inginocchiò davanti, baciandole le mani e dicendole “grazie” piangendo.

Poco più di due mesi dopo, due sicari islamici la giustiziarono con un colpo alla nuca. Perché il bene infinito che dispensava, non era compatibile con l’odio che alimentava quella terra.

Sapeva di dover morire. Le sue ceneri, come aveva chiesto, vennero disperse nel deserto di Wajir, perché “si mescolassero alla sabbia che più di tutto aveva amato”

Marino Bartoletti