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Un pezzo di storia di Marino Bartoletti

Soltanto un’altra volta, come in questi giorni, non si era tenuto il Carnevale di Ivrea. Giusto sessant’anni fa.

Non c’entravano virus, non c’entravano presunte epidemie. C’entrava il dolore per la morte di un grande figlio di quella terra, che aveva dato pane e persino felicità a decine di migliaia di persone.

Il 27 febbraio del 1960, proprio all’inizio del boom economico italiano, se ne andò per un malore Adriano Olivetti mentre stava recandosi in Svizzera in treno.

Era il nostro Steve Jobs (e forse anche qualcosa di più, visti i tempi e viste le prospettive)! E non ce n’eravamo accorti. O forse se n’era accorta – eccome! – una classe politico-imprenditoriale a cui il suo modo rivoluzionario e “sereno” di gestire i rapporti di lavoro non andava esattamente di buon grado.

Riuscì a creare nel (difficilissimo e anche doloroso) secondo dopoguerra un’esperienza di fabbrica nuova e unica al mondo. E mentre comunismo e capitalismo si fronteggiavano con rabbia rese materialmente possibile un perfetto equilibrio tra solidarietà sociale e profitto: convinto che se l’organizzazione del lavoro si fosse basata su un’idea di benessere collettivo, automaticamente si sarebbe generata efficienza.

I dipendenti vivevano in condizioni migliori rispetto alle altre grandi industrie italiane: ricevevano salari più alti, disponevano di asili e abitazioni. Potevano servirsi delle biblioteche, ascoltare concerti, seguire dibattiti, arricchire le loro conoscenze: in estrema sintesi “vivere bene”.

E grazie a questo “welfare” (di cui tanto ci si riempie la bocca a decenni di distanza, ma che purtroppo non è mai stato realizzato, almeno a questi livelli) nacquero gioielli tecnologici senza eguali, ora presenti nei musei di tutto il mondo, come se fossero la nuova “ruota” di un Pianeta che cambiava. Gioielli perfetti e bellissimi, perché le due cose, secondo Olivetti, non potevano restare separate. Prototipi persino di quell’informatica avanzata che era già nel mirino e che avrebbe reso l’Italia all’avanguardia assoluta!

Personalmente so cosa devo a quest’uomo. E ogni tanto mi capita di tornare ad accarezzarla.

Esattamente 57 anni fa, di questi tempi, ordinai a rate la appena nata “Lettera 32”, evoluzione della “22” resa celebre dai Padri della nostra professione. Non sapevo neanch’io dove mi avrebbe portato. Men che meno sapevo le tante cose che vi avrei scritto sopra e le decine di migliaia di chilometri che avrebbe percorso con me.

Con gioia. Sì con tanta gioia! Non sapevo di aver acquistato a 3350 lire al mese per dieci mesi (togliendole quasi integralmente alla mia paghetta di 4000 lire) il mio futuro e l’essenza stessa della mia vita.

Quando Alice mi chiede di poterla usare perché le piace il suono del suo trillo ad ogni “a capo” non sa quanto mi fa felice. Perché mi massaggia il cuore. Perché è giusto che quel gioiello possa ancora vivere. E quando mi dice “nonno, mi fai usare un po’ la tua tastiera?” non la correggo. Perché è bello così. Perché i capolavori hanno diritto di vivere anche nelle parole del presente!

Marino Bartoletti